SUD SIDE STORI
It. 2000
di Roberta Torre
Attori: Forstine
Ehobor, Roberto Rondelli, Mario Merola, Little Tony, Amaka Ej Indu. Soggetto e Sceneggiatura: Roberta Torre in collaborazione con Franco Maresco e
Francesco Suriano. Scenografia:
Filippo Pecoriano, Roberta Torre. Musiche
Originali: Gino De Crescenzo con la collaborazione di Roberto Rondelli e
Dennis Bovell. Montaggio: Giogiò
Franchini. Fotografia: Daniele Ciprì
“Musical” palermitano che nel raccontare l’amore contrastato tra Toni Giulietto, cantante di piazza e Romea Wacoubo, prostituta nigeriana, getta uno sguardo ironico e grottesco sulle contraddizioni della realtà contemporanea.
Secondo film di Roberta Torre (il primo si chiama “Tano da Morire” 1997, ed è un musical sulla mafia palermitana), prende parte alla cosiddetta “scuola siciliana” accanto ai Ciprì e Maresco dell’ultimo – e non solo - “Ritorno di Cagliostro” e al Francesco Calogero dell’ultimo – e non solo - “Metronotte”.
L’etichetta serve alla critica per raggruppare quei registi che si sono fatti notare per lo “spirito corrosivo e demolitore della loro opera, il gusto beffardo della provocazione, ma anche per il profondo senso della realtà umana vista nei suoi lati più caduchi e primitivi” (G. Rondolino). Si tratta, per tutti loro, di un cinema che tenta di porsi al di fuori della polemica cinema d’autore – cinema commerciale per orientarsi verso la realizzazione di un prodotto che non si preoccupa di rispettare dei target (di appartenenza o di consumo). I finanziamenti statali, gli attori non professionisti e i pochi mezzi a disposizione concorrono alla creazione di film che, il più delle volte, raggiungono un ottimo livello artistico - culturale, testimonianza di chi vuol usare il cinema in collaborazione con la realtà circostante.
La Torre, palermitana d’acquisizione (milanese si trasferisce a Palermo nel ‘91) partecipa prima con Tano, poi con questo Sud Side Stori, allo spirito “corrosivo” e “grottesco” del gruppo, raccontando una storia densa di rimandi e significati.
Partiamo dal titolo. Impossibile pronunciarlo senza cadere nel gioco. West Side Story di Robert Wise è il più celebre musical del ’61, in cui Giulietta e Romeo si sono trasferiti nei quartieri popolari della West Side di New York, in mezzo ai conflitti razziali e ai miti di libertà e tolleranza degli Usa.
La Torre usa la stessa storia, Westsidiana e Shakespeariana, rendendo così il suo film doppio.
Il titolo è dunque l’inizio del gioco, prima tappa di significati, ma anche chiave di lettura del resto del film.
Roberta Torre stravolge dunque qualcosa di noto, mettendo in moto sentimento del contrario e amara ironia.
La storia si modernizza – e anche qui la volontà della regista di parlare di tempi attuali si muove ironicamente rispetto alla rappresentazione di un universo, quello del sud - sud Italia, bloccato in vecchie tradizioni e “magiche” credenze popolari.
Romeo non è più Romeo ma una prostituta nigeriana di nome Romea; scompare dunque anche l’antico problema dell’ “oh Romeo perchè sei tu Romeo?” che fa eco nel più recente “Giulietto perchè sei tu Giulietto?”. La Giulietta del film è infatti Toni Giulietto, nipote di tre zitelle “avide, cattive e tirchie”, impegnato a vestire i panni del mito americano e della sua copia italiana. West Side serve dunque a richiamare un primo sistema di significati: il passato, l’America, la musica americana e il mito americano di Elvis Prisley. Toni Giulietto è, dopo Little Tony, presente nel film come icona (c’è una sua copia in cartone nella stanza del ragazzo) e come personaggio icona (Little Tony che interpreta sè stesso) l’ennesimo tentativo di riproporre Elvis. Toni Giulietto è un cantante di piazza che, con la sua camera “circolare”, piena di strisce e di stelle, di colori e luci, di chitarre e sagome di cartone (Elvis e Merylin), definisce un’America che si manifesta nel mito. Nemmeno più in quello di libertà e tolleranza su cui polemizzava West Side, ma in quello più appariscente della celebrità, figura mito concreta, riconoscibile, divulgabile, e, per così dire, seriale. Little Tony contro Mario Merola. Dopo tutto Little Tony (che copia del mito e copia mito è, più drammaticamente, esistito davvero) si affaccia nella camera di Toni parlando in inglese, e il “Toni come here” che gli lancia, ha tutta l’aria di una dolce vita auspicabile più che auspicata. Il rovescio della medaglia è proprio Romea. Sud del mondo più a sud del sud palermitano. Ecco allora formati i due clan, ben attaccati alle immagini stereotipate che solitamente vengono proposte: le prostitute africane amiche di Romea e gli abitanti della città. I personaggi del film sono dunque pochi e caratterizzati da tratti definiti che consentono di riconoscerli come parte dell’uno o dell’altro fronte.
Romea non può amare Giulietto perchè è una prostituta e ha bisogno di lavorare. La storia è allora davvero moderna, non solo perchè un amore contrastato è ambientato in contesto moderno, ma anche perchè il contesto moderno sembra essere inadatto all’amore. È la storia, dunque, ad essere grottesca, calata in una realtà che è attuale solo in parte. Esiste un’amore impossibile e un’impossibile guerra fatta di maghi e stregonerie, tutte possibilità solo narrative. Ma non è questa l’unica tematica connessa al problema dell’integrazione. Alcune immagini di manifestanti palermitani che si oppongono alla proclamazione di un santo nero pronto a sostituire Santa Rosalia, ripropongono la problematica in chiave palesemente ironica.
Il film racconta tutto questo attraverso il musical: canzoni e balletti si susseguono in uno spazio prevalentemente onirico, in cui il dialogo si è trasformato in canto – o lamento – il movimento in danza e gli ambienti in luoghi patinati. La stanza di Toni che assomiglia allo spazio di uno show televisivo, la taverna che assume i connotati di un inferno popolato da odalischi maschi, il letto di morte che diventa spazio espositivo per il corpo di Toni vestito da Elvis.
L’ironia si riversa poi sugli stereotipi legati alla musica, pensiamo al blues intonato per cantare quanto fa schifo l’uomo bianco che puzza di formaggio, alla musica napoletana sentita come l’unica in grado di parlare d’amore, al rock’n roll concepito come modalità di conquista.
Il kitsch viene poi abbandonato qua e là per seguire, quasi con occhio documentarista, un vecchio signore in cerca di “amore” e i commenti di qualche prostituta. Ma non c’è pericolo, l’amaro senso del ridicolo è sempre presente: il vecchio canta “parlami d’amore Mariù”, le prostitute “sud side stori, dalle sei di sera vieni qui e ti scegli la tua nera”.
Non poteva inoltre mancare la celebre conclusione, non più, solo, finale alla Shakespeare, ma alla Torre e alla Maresco, sceneggiatori del film: Toni si finge morto bevendo una pozione ai peperoni, Romea si pugnala, Toni si risveglia ma viene ammazzato da una sparatoria insieme ai presenti. La tv ne dà, ciò nonostante, un triste annuncio.
Ulteriore attenzione dovrebbe essere dedicata alla struttura narrativa del film, interamente raccontato dalla voce (off) della donna che vediamo morta nella prima scena. La camera scivola su di lei dall’alto, lentamente, proprio come nella prima scena di American Beauty (Usa1999, di Sam Mendes). Sarà un caso?